Intervista a De Lucia: «Ma quale federalista, la Lega è un sistema di potere e Bossi è nemico del cambiamento»

Copertina del libroArticolo di Francesco Pullia pubblicato su Secolo d’Italia, il 16/03/11

È da poco uscito per le edizioni Kaos, Dossier Bossi-Lega nord, (pp. 469, € 20,00), un libro ben documentato scaturito dal certosino lavoro di Michele De Lucia, saggista e tesoriere di Radicali italiani, che ricostruisce meticolosamente venticinque anni di attività della Lega incentrandosi sulla contraddittoria figura del suo fondatore, Umberto Bossi. Ne abbiamo parlato direttamente con De Lucia.

Si è occupato di Marcello Pera, della coppia Berlusconi-Veltroni e adesso sul Senatùr. Perché? Cosa accomuna tra loro i personaggi presi in considerazione, forse la tendenza al travestimento, al “fregolismo” politico, a dire tutto e il contrario di tutto?

Il “fregolismo”, come lo hai chiamato con una felice battuta, è un denominatore che accomuna tutti i boss della partitocrazia. Il motivo però è stato soprattutto un altro: Umberto Bossi, da molti anni, è il vero nemico della libertà e uno dei tappi che impediscono il cambiamento.

Il nostro è l’unico paese al mondo o, comunque, uno dei pochi che abbia un ministro che, in risposta a Muammar Gheddafi che dichiarava di avergli fornito aiuti, spudoratamente afferma: «Abbiamo tantissimi uomini e le armi le facciamo in Lombardia»…

Sì, e anni fa aveva detto che il Nord era pronto a prendere le armi per seguire lui. Nel merito, ho l’impressione che tra i due a dire la verità questa volta sia Gheddafi. Anzi, è più di un’impressione.

L’esordio in politica è nel Movimento studentesco, nel Sessantotto. Poi, stando alla sua biografia, ha esperienze con il “Manifesto”, il Pdup, l’Arci, i Verdi. La Lega è una “costola della sinistra” come sostenne Massimo D’Alema?

È una costola dei fallimenti della sinistra italiana, quella di matrice comunista e antiliberale.

Leggendo il libro si ha sensazione di trovarci davanti ad un attore consumato, con scarso, scarsissimo, bagaglio culturale ma con notevole abilità mediatica…

Una volta Roberto Maroni ha detto di Bossi: «È un genio, se avessimo dovuto comprare quello spazio sui giornali avremmo speso miliardi». Più chiaro di così…

Un rivoluzionario divenuto “il più zelante difensore della partitocrazia” e particolarmente interessato ai consigli di amministrazione degli istituti bancari, un pagano, addirittura adoratore del Po, trasformatosi in corifeo delle gerarchie ecclesiastiche.

La verità è che quando hai “poche idee, ma confuse”, la “roba” diventa la tua stella polare. Oggi il sistema di potere leghista ha preso il posto di quello della Dc, e sempre più spesso anche di quello del Pci. D’altra parte Bossi, quando dice “vogliamo le banche”, si autodenuncia: con le banche si indirizza il credito, con il credito si condizionano le imprese, attraverso le imprese si distribuisce il lavoro e si convoglia il consenso.

Può sembrare strano ma i giudizi più duri nei confronti di Bossi non sono stati espressi dai suoi avversari politici ma dagli ex fedelissimi.

È normale, in Italia. In genere applico questa regola: se lo dici dopo, vale poco. Quanto agli avversari politici, è presto detto: la Lega ormai ha consolidato un tale blocco di potere che tutti sperano, prima o poi, di farci affari assieme.

Prima ha sparato a zero sul Cavaliere, poi, con un patto segreto, torna lesto alla corte di Arcore…

Vale il discorso della “roba” che facevamo prima. Berlusconi è stato molto abile con Bossi: ne ha fatto un cagnolino e gli ha retto il gioco celodurista. Un colpo da maestro.

Il leghismo bossiano non costituisce forse un aspetto, non privo di risvolti drammatici, di quella che i radicali chiamano “peste italiana”?

La Lega è un epifenomeno di regime che ha accelerato la degenerazione partitocratica. I dirigenti leghisti sono interessati al potere, non alle riforme. Parlano di “federalismo”, ma in realtà vogliono solo poter controllare una fetta più grande di spesa pubblica clientelare.

La Lega è ormai una consolidata corrente politico-affaristica e con un’accentuata componente familistico-nepotistica?

L’hai detto. Hai presente il “Trota”?

Parliamo un attimo della politica estera leghista, della sua concezione antieuropeista, dei pasticci in Croazia. Bossi, rivolgendosi a Pannella, sentenziò «meglio Milosevic che Culosevic», una delle sue tante finezze…

Penso che Bossi farebbe bene a riflettere sulla sua ossessione celodurista e omofoba, non trovi? Quanto alla politica estera leghista, la parola da mettere tra virgolette semmai è “politica”: sempre al fianco dei dittatori. Con il massacratore Milosevic contro i massacrati kosovari, ad esempio, per tacere dei vari Saddam e Gheddafi. Più in generale: non ha senso essere federalisti in Italia e nazionalisti in Europa, e infatti Bossi non è federalista. D’altra parte, non riesco ad immaginare un federalismo senza libertà.

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