La querela di Matteo Salvini contro Michele De Lucia: “non luogo a procedere, perché il fatto non sussiste e comunque non costituisce reato”

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Matteo Salvini mi ha querelato. E ha perso. Il 21 aprile 2015 il Fatto Quotidiano pubblicò una anticipazione del mio libro in uscita in quei giorni, “Matteo Salvini sottovuoto spinto” (Kaos edizioni), in cui scrivevo, tra l’altro, del Salvini difensore del Leoncavallo e del Salvini capolista dei Comunisti Padani alle “elezioni” per il “Parlamento della Padania”, e definivo “una doppia pagliacciata razzista e demagogica” l’istituzione di un numero telefonico della Lega a cui i milanesi avrebbero potuto segnalare gli episodi di criminalità degli extracomunitari. Nell’articolo non c’era nulla di diffamatorio (il mio obiettivo, da radicale, è sempre esporre e documentare fatti, non teoremi, separandoli dalle mie opinioni e citando le fonti), senza contare che vedersi contestare l’incontinenza verbale dal leader della Lega è comico in sé. Purtroppo molti politici – non è, questa, un’esclusiva salviniana – ricorrono sistematicamente alle querele non per tutelare il loro nome, ma per mettere in difficoltà le voci a loro sgradite. Questa volta gli è andata male.

Nelle motivazioni la dottoressa Angela Gerardi, Gip di Roma, scrive:
“Il giudizio critico dell’autore, che ha definito l’iniziativa una ”pagliacciata razzista e demagogica”, mira ad evidenziare la finalità dell’iniziativa (come se i fatti commessi dai cittadini comunitari fossero sempre penalmente irrilevanti), di tipo evidentemente propagandistico, in quanto diretta a mantenere o conquistare il consenso dei cittadini su un tema particolarmente sensibile quale quello della sicurezza.
Le modalità espressive dispiegate risultano funzionali alla comunicazione dell’opinione e alla manifestazione di un dissenso politico e, per quanto colorite, non paiono trasmodare in attacchi alla persona (investita della critica è l’iniziativa, non l’autore della stessa) e alla sua sfera morale.
Ed invero, la continenza è requisito che attiene alla forma comunicativa e non al contenuto del comunicato che, con riferimento alla selezione degli argomenti sui quali fondare la comunicazione dell’opinione, non può che attenere all’essenza della libera manifestazione del pensiero e competere in via esclusiva al titolare di tale diritto.
Quanto all’interesse pubblico, esso è insito in qualunque opinione relativa all’attività politica di esponenti e, a maggior ragione di leaders di partiti, eletti dal popolo (…)”.
Quindi “deve pronunciarsi sentenza di non luogo a procedere nei confronti degli imputati [il sottoscritto e, in qualità di direttore responsabile, Marco Travaglio], perché il fatto non sussiste e comunque non costituisce reato”.

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