La beffa di quei contributi che non diventano pensioni

riformista
apr
20

Da “Il Riformista” del 9 aprile scorso, pag. 3, un articolo sulla campagna radicale per il diritto alla restituzione dei contributi silenti (maggiori informazioni su:  www.radicali.it/contributi-silenti).

Una grave questione di assenza di giustizia e di libertà. Un’emergenza sociale che colpisce i soggetti più deboli ed è destinata ad aggravarsi se la politica, e il sindacato, non interverranno. Alle persone che manifesteranno nelle piazze italiane per sollevare l’attenzione su una generazione condannata alla precarietà, i Radicali propongono la mobilitazione sul tema dei «contributi pensionistici silenti», che vengono versati dai lavoratori precari, parasubordinati e libero professionisti privi di un ordine di categoria, alla gestione separata dell’Inps. Contributi che però non si trasformano in trattamenti previdenziali, poiché quei cittadini non riescono a maturare i requisiti minimi per la pensione: e che restano nelle casse dell’ente pubblico per pagare quelle degli altri.

È un assetto che penalizza proprio i giovani e i precari, che con maggiore difficoltà raggiungono i 35 anni di anzianità, visto che nel mercato legale del lavoro si entra sempre più tardi e in modo intermittente. Anche quando si matura il minimo di contribuzione richiesto, la pensione non supera i 400-500 euro. Ad aggravare la condizione di questa fascia di popolazione è anche l’elevata aliquota dei versamenti, quasi il 27 per cento della retribuzione: una quota che per la verità fu stabilita nel 2006 dal governo di Romano Prodi su pressione dei sindacati. Peraltro il problema non tocca esclusivamente i lavoratori trentenni, sottoposti al regime contributivo, ma anche i più anziani, soggetti a quello retributivo, che richiede almeno vent’anni di attività per maturare la pensione.

Su questo fronte il partito di Pannella e Bonino ha deciso di lanciare un’iniziativa attorno all’obiettivo di restituire quelle risorse ai loro legittimi titolari o ai loro eredi.

A Montecitorio è stata presentata una proposta di legge ad hoc. Progetto che secondo i firmatari dovrà essere calendarizzato e discusso entro la fine dell’anno: anche per questa ragione è stata lanciata per il 20 maggio una manifestazione davanti alle direzioni provinciali dell’Inps. Per comprendere l’ingiustizia compiuta da uno Stato che i promotori del provvedimento definiscono un «Robin Hood alla rovescia», sono sufficienti poche cifre. La gestione separata dell’Inps incassa ogni anno 8 miliardi di euro di contributi, e presenta un attivo di 56 miliardi: ma fornisce prestazioni pensionistiche per 300 milioni. Anche se i versamenti previdenziali silenti si possono conoscere solo a posteriori, quei numeri sono eloquenti. «È un dato di ingiustizia e di povertà prodotte dalla partitocrazia – osserva De Lucia – che limita la libertà e la conoscenza di quanto lo Stato sottrae illegittimamente ai cittadini». A conferma del carattere esplosivo della questione, l’esponente radicale cita proprio le parole del presidente dell’Inps, Antonio Mastropasqua. Il quale, pur ribadendo la solidità e l’equilibrio dei conti pensionistici pubblici, affermò che «una simulazione dei dati relativi ai contributi silenti avrebbe potuto provocare un sommovimento sociale». Un intervento sul quale il gruppo radicale presentò due interrogazioni parlamentari, senza alcuna risposta. È la prova, per De Lucia, che «sulla previdenza, così come sul debito pubblico, sulle liberalizzazioni e sulla riforma del Welfare, prevale la linea Tremonti-Sacconi-Romani, ostile a qualunque innovazione radicale, in nome della pace sociale: un comportamento irresponsabile che crea le condizioni di un probabile incendio sociale».

La sfida per gli animatori dell’iniziativa è ora di trovare interlocutori nella politica e nel sindacato. Il muro del silenzio e dell’indifferenza sembra subire le prime brecce: il responsabile del Pd per l’economia, Stefano Fassina, si è espresso infatti a favore del cumulo e della restituzione di tutti i versamenti pensionistici anche per i lavoratori che non abbiano maturato l’anzianità contributiva.

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