“Liquidità alle imprese, più ossigeno al Paese”: versione scritta dell’intervento di Michele De Lucia al convegno di Padova (15 giugno 2012)

“Liquidità alle imprese, più ossigeno al Paese”

Padova, Centro Congressi Villa Ottoboni, 15 giugno 2012

Michele De Lucia / intervento di apertura (traccia)

Buongiorno a tutte e a tutti,

e benvenuti al convegno, organizzato da Radicali italiani in collaborazione con la Cgia di Mestre e Imprese che resistono, “Liquidità alle imprese, più ossigeno al Paese”.

Scrivevamo nel 1999, tredici anni fa:

“Tutte le previsioni sulla crescita economica ed occupazionale ci mettono all’ultimo posto, tra i principali paesi industrializzati, europei e non. L’Italia subisce, come gli altri paesi, la pressione concentrica della integrazione economica europea e della mondializzazione dei mercati, che mette in crisi la capacità del sistema paese di competere, di produrre ricchezza e occupazione. A queste nuove condizioni, si poteva rispondere con una massiccia iniezione di libertà e di concorrenza, ritirando lo Stato dalla gestione diretta dell’economia, affidando alla libera contrattazione il mercato del lavoro, liberalizzando i servizi pubblici, togliendo le residue barriere protezionistiche. E ancora: diminuendo il carico fiscale sui redditi e sul lavoro (…). La risposta di questi ultimi anni, invece, è stata e continua ad essere quella della chiusura, della resistenza nella trincea di un sistema economico protetto e controllato, volto ad evitare o attutire la competizione tra aziende, il confronto tra consumatori e produttori: l’Italia ancora rifiuta il mercato e la concorrenza come metodo per trovare le soluzioni migliori ai problemi di tutti. Così si tutela l’esistente, si favoriscono coloro che hanno qualcosa da difendere – affari, quote di mercato, lavoro, pensioni, posizioni e privilegi -, si accentuano le difficoltà degli esclusi e si penalizzano gli innovatori”.

Ho voluto aprire i nostri lavori con queste parole, perché questo nostro incontro rappresenta la nuova tappa di una storia che continua.

Abbiamo a lungo preparato l’appuntamento di oggi e il lancio di questo appello. Lo abbiamo preparato sin dall’inizio di questa legislatura, con l’acquisizione continua di informazioni e con la ricerca quotidiana di soluzioni, via via messe a fuoco e fissate nelle iniziative parlamentari che hanno visto i parlamentari Radicali, con Marco Beltrandi ispiratore e primo firmatario, farsi portatori – in totale solitudine nel palazzo e silenziati fuori dal palazzo – di istanze, richieste, denunce, che in un paese come la Francia, o la Germania, o la Gran Bretagna avrebbero da tempo trovato ascolto e soluzione.

Nel 1999-2000, con il pacchetto dei 20 referendum, avevamo presentato, proprio a partire dal Veneto, un programma di governo a tutto tondo, che aveva il suo cardine nelle riforme economiche: i quesiti sull’articolo 18, sul mercato del lavoro, sul fisco, sul servizio sanitario nazionale, sulle pensioni di anzianità,  se approvati allora, avrebbero consentito all’Italia di affrontare in condizioni diverse la crisi globale. Perché una cosa dobbiamo dircela: l’Italia era già in crisi prima della crisi, ferma al palo da anni. L’Italia sconta la crisi con maggiori difficoltà rispetto ai Paesi più importanti dell’UE. L’Italia, se resta ostaggio delle rendite di posizione delle corporazioni sindacali, confindustriali e partitocratiche, resterà in crisi anche dopo la crisi. È questo il vero costo (non della politica, ma) della partitocrazia.

“Oggi”, come si legge in un passaggio dell’appello che qui presentiamo, e che ha visto ieri aggiungersi le prestigiose firme del deputato e tesoriere del Partito Democratico, Antonio Misiani, e del Presidente della Commissione Lavoro della Camera, Silvano Moffa, “torniamo a proporre iniziative capaci di dare ossigeno e liquidità alle imprese, con proposte nate dall’ascolto del mondo produttivo e non nelle sterili esibizioni mediatiche delle kermesse imprenditoriali”. I quattro punti dell’appello (contrasto al ritardo dei pagamenti; iva per cassa; spalmadebiti; Equitalia: tutti saranno illustrati e approfonditi dai Relatori) compongono un progetto complessivo di riforme e interventi a favore della parte più sana, dinamica e competitiva del paese, un work in progress che continuamente si completa e si aggiorna. Noi siamo qui, vi abbiamo cercati, perché non vogliamo che questa battaglia sia confinata e ridotta a mera testimonianza. Vogliamo, assieme, vincerla, non perché siamo “lobbisti delle PMI”, ma perché sappiamo che i vostri interessi e quelli del paese coincidono. Le vostre urgenze sono le urgenze del bene comune. E i primi produttori di welfare siete proprio voi: attraverso l’occupazione che create e la ricchezza che producete.

L’impresa in Italia ha bisogno, subito, di due cose: di buone regole, e di certezza delle regole. Oggi  non abbiamo né le une, né l’altra. Il sistema è stato costruito su misura per le grandi imprese (“grandi”, tra l’altro, in Italia, ma al massimo medie fuori dai confini nazionali). Le PMI sono ridotte, loro malgrado, a essere un “mero instrumentum” delle grandi, perché non hanno lo stesso potere contrattuale (ovvero clientelare): sono quindi costrette ad essere l’agnello sacrificale, sotto forma di sportello bancario, delle grandi imprese, che li usa come limoni da spremere, e della Pubblica Amministrazione, che li tratta da sudditi.

Un esempio per tutti: la Fiat. La casa torinese è stata maestra nell’esercitare, nei confronti dei partiti, la “committenza normativa” ( = la regola deve favorire i miei interessi particolari, anche se è contraria al bene comune), e nel violare le regole (ottenendo ad esempio per decenni aiuti di Stato, sotto forma di Cassa integrazione straordinaria in assenza dei requisiti di legge, o di rottamazioni). Non è un caso se, da uno studio condotto dieci anni fa insieme dall’Istat e dal Cnr, è risultato che più piccola è l’impresa, minori sono le possibilità di ottenere la Cassa, pressoché mai rifiutata alle grandi.

La nostra è una Repubblica che, attraverso il corporativismo e l’illegalità (l’anti-democrazia), è fondata sulla selezione inversa e sulla rendita. Per rendita intendo privilegio. Nel nostro Paese non esistono diritti. Se vengono meno la legalità, la certezza del diritto, e il principio per cui le leggi dello Stato devono costituire lo strumento per realizzare l’interesse generale, il diritto lascia il posto al privilegio. Lottiamo contro uno Stato corporativo, nel quale “esisti” solo se fai parte di una corporazione (meglio ancora, se fai parte dell’oligarchia che comanda la corporazione). Come individuo, invece, in quanto tale, non esisti. Questo si riscontra nel welfare, nell’associazionismo, nelle professioni.

Noi radicali siamo liberali e liberisti, da sempre combattiamo il corporativismo, l’assistenzialismo e il solidarismo peloso ( = finto): per noi, se un’impresa non è in grado di stare sul mercato in modo competitivo, è giusto che fallisca. Ma le regole – il mercato non è assenza di regole, è fatto di regole! – devono essere adeguate, devono essere certe, devono essere rispettate.

A proposito di Stato corporativo: abbiamo parlato spesso delle trattenute automatiche a favore dei sindacati. Ma non ci sono solo quelle trattenute. Ci sono anche quelle a favore di Confindustria. Nessuno ne parla, ma “il giro d’affari di Confindustria si aggira intorno al miliardo di euro l’anno. 506 milioni di euro provengono dalle quote di iscrizione delle aziende (in media, 110 euro per dipendente), il resto da dividendi di partecipazioni industriali. Un fiume di denaro che grava sull’efficienza di tutto il sistema”.

“Confindustria-Roma gestisce 51 milioni di euro. Degli altri 455 non si sa niente. Come non si sa niente delle aziende di Stato iscritte a Confindustria: quanto versa lo Stato a Confindustria attraverso quelle aziende?” (cfr. Filippo Astone, Il partito dei padroni, Longanesi, 2010). V. anche libero.it, 20 maggio 2010: “Non è possibile nemmeno dire con esattezza quanto ciascuna impresa paghi per l’iscrizione a Confindustria. Il calcolo di 110 euro per dipendente è solo una media ottenuta dividendo le quote associative per il numero dei lavoratori impiegati a tempo indeterminato nelle aziende associate.

Nella pratica quotidiana, avviene invece che l’impresa si iscriva a una associazione territoriale (per esempio Unindustria Treviso) o a un’associazione di categoria (come la Federmeccanica). Oppure a tutte e due. A esse l’azienda in questione paga la quota di iscrizione, che viene in parte riversata alla sede centrale romana. Ma ciascuna associazione applica aliquote diverse, calcolate a sua completa discrezione.

Nessuno ha mai realizzato una tavola sinottica che metta a confronto, sommandoli, costi, ricavi, destinazioni di spesa e livello di efficienza delle 103 associazioni territoriali e delle 21 associazioni di settore. Così, l’imprenditore iscritto a Confindustria Lazio non sa se i vertici della propria associazione siano più o meno bravi di quelli di Assolombarda, se le scelte fatte risultino in linea oppure no con quelle delle altre associazioni, se si contino troppi dipendenti o troppo pochi. Insomma, non è in grado di valutare l’effettivo grado di efficacia ed efficienza con il quale vengono spesi i propri quattrini.

In pratica, dei veri conti di Confindustria si sa poco o niente, e questo è paradossale per un’associazione che vuol vigilare sulla correttezza e la trasparenza degli altri. E che dovrebbe essere un modello di efficienza e trasparenza gestionale per i propri iscritti”.

Se a questo dato aggiungiamo che oltre il 55% degli iscritti alla CGIL sono pensionati, e pensiamo alla politica messa in campo dal più importante sindacato italiano, le ragioni e gli effetti del corporativismo e dell’azione delle corporazioni/partiti-ombra emergono in tutta la loro forza.

*   *   *

Abbiamo, con gli amici di Imprese che resistono, di Network valore impresa, con Giuseppe Bortolussi e la CGIA di Mestre, trovato subito una grande tesoriere, forse perché siamo un Movimento, e sono il tesoriere pro tempore di un Movimento, che vive di autofinanziamento, vive del suo. Noi stiamo sul mercato della politica. Sappiamo cosa voglia dire investire senza certezza delle regole, o con regole che ti rendono la vita impossibile. Noi gestiamo, io gestisco nella mia responsabilità di tesoriere, una piccola impresa politica. Se io vado a chiedere un prestito, mi ridono in faccia. E a voi pure.

L’augurio di buon lavoro che voglio rivolgere a tutti è che riusciamo, tutti assieme, a costituire un nuovo blocco che porti, intanto, a realizzare i quattro punti che sono l’oggetto della nostra iniziativa di oggi.

Grazie.

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